LO STILE DI BEGA

less is more

“(…) la nostra professione che non ti fa mai essere contento di quello che hai fatto. Almeno a me capita così: ogni volta che termino un’opera vorrei ricominciarla da capo, rifarla. Poi mi viene dato un altro incarico ed è come se avessi una frustata, una nuova vitalità, dimentico tutto il resto e riprendo a lavorare proprio con l’umiltà di chi è all’esordio”.

Melchiorre Bega


Dalla prefazione de “Lo Stile di Bega”

di Luca Donzelli ed. Arpeggio Libero

Gli obiettivi di questo lavoro, scaturito, come s’è detto, da una serie di interviste, sono molteplici. In primo luogo si vuole ridare visibilità alla figura di grande maestro, facendone emergere le qualità precipue: l’inoppugnabile professionalità, la serietà lavorativa, la poliedricità creativa. Poi si mira a sottolineare la continua ricerca di Bega su materiali e tecnologie ai suoi tempi disponibili, per un loro impiego ai limiti prestazionali, un aspetto che vale soprattutto per la stagione progettuale del dopoguerra.

Né il libro dimentica che Bega è stato un protagonista della ricostruzione di Milano post-1945, che nel periodo 1941-1944 fu codirettore e poi direttore di Domus, e che nella sua lunga carriera lavorativa è stato insignito di numerose onorificenze e gratificato dell’amicizia sincera di progettisti e artisti, lui grande appassionato d’arte. Un magnifico professionista capace di concepire e realizzare più  di seicento opere. Mi auguro che questo lavoro, nato come tesi e oggi diventato un saggio a tutti gli effetti, possa fungere da stimolo per una serie di future iniziative intese di ridare il giusto posto nella storia dell’architettura all’ingegno, alla bravura e anche all’umiltà fattiva di questo personaggio che è stato un maestro e che merita, con la lezione delle sue opere, di tornare a esserlo.

LA CULTURA DEL “FARE ARCHITETTURA”

L’elaborazione di questo testo si basa in misura precipua sulle registrazioni delle dieci conversazioni avute con l’architetto Vittorio Bega e di uno scambio di opinioni con l’architetto Cesare Seregni, collaboratore fino al 2003 dello studio Bega Architetti.

Bega fu un architetto che produsse moltissimo e diede molto alla città di Milano e non solo. Questo lavoro non vuole soffermarsi ad analizzare solo la biografia progettuale ma, attraverso il racconto di alcune opere – le più significative e documentate –  realizzate e non, mira a far emergere le qualità umane e professionali dell’architetto, la sua continua ricerca dell’essenziale e della semplicità, come qualità distintive e identitarie del suo linguaggio. In tale prospettiva il volume si compone  di tre nuclei principali: la formazione, le opere di maggior rilievo e quelle non realizzate. Si è voluto indagare nelle vicende dell’architetto e riportare alla luce la sua personalità come architetto, designer, artista, e anche quale direttore di “Domus” in un periodo estremamente difficile, quello bellico. Né sono stati trascurati il carattere e  la psicologia di persona seria, intelligente, sensibile, con un forte afflato religioso: insomma un professionista ammirato e stimato da tutti sia nella vita lavorativa che in quella privata.

Lo spiccato ingegno di Bega portò la critica a definirlo un audace innovatore. Non si tratta solamente delle innovazioni tecnologiche riscontrabili nei suoi edifici, ma pure delle  innovazioni creative insite nel suo DNA. Tutto iniziò come uno “scandalo” (vedi l’articolo di Raffaello Giolli, L’opera di Melchiorre Bega, “Casabella”, n. 119, novembre 1937) quando, nel 1937, uscì un allegato di “Domus” nel quale erano pubblicati i modernissimi interni di Bega, progettati in un mix di Stile ‘900, in tutta la sua accezione estetica, e  Razionalismo depotenziato che tuttavia rifiutava il Déco: Giolli conteggiava in decine e decine i lavori di Bega disseminati per l’Italia, osservando che ormai si poteva parlare di uno stile Bega capace di épater le bourgeois, ma pure di incantarlo. Come laboratorio di sperimentazoione in ambito mobiliero aveva disposizione la ditta di famiglia nella quale escogitò un audace sistema produttivo per scale elicoidali autoportanti in compensato che utilizzò poi in numerosi bar e negozi, in particolare nella pasticceria Motta Duomo di Milano nel 1933. L’inventiva, l’amore per l’architettura e per la comodità si manifestarono anche nella creazione del primo bar europeo a doppio bancone: il Bar Viscardi di Bologna del 1937.  Altro esmpio di inventiva  tecnico-estetica è la Torre Galfa, uno dei simboli per eccellenza della Milano del Boom, in cui utilizza le tecnologie più moderne: la struttura portante in cemento armato (C. A.), firmata dal grande strutturista italiano Danusso, costituita da sei pilastri-quinta perpendicolari alle facciate, i fan-coils disegnati appositamente per l’occasione, e, per la prima volta in Italia, le facciate continue (curtain wall) sperimentate in quegli anni negli Stati Uniti e successivamente impiegate anche per il grattacielo SIP di Genova  e il palazzo degli uffici STIPEL a Milano.
L’esperienza del Galfa costituisce per Bega una svolta, una profonda evoluzione nel suo rapporto, che si fa sempre più intenso e diretto, con i vari materiali da costruzione, in particolar modo l’acciaio. Dice in un’intervista (Incontro con Melchiorre Bega, di Remo Pascucci, 1974): << Io ho sempre sognato di costruire in acciaio, perché per me l’acciaio ha un potere emozionale profondo, soprattutto per la bellezza e la semplicità delle relazioni e delle forme che suggerisce, tali da costruire un legame immediato tra la sfera intellettuale e quella fisica (…) A questo materiale-base hanno attinto alcuni tra i più grandi architetti del nostro tempo, soprattutto in quei Paesi, come gli Stati Uniti, dove si poteva contare su una adeguata produzione industriale e su un’esperienza collaudata per quanto riguardava la fascia delle molteplici risposte al tipo di prestazioni richieste all’acciaio (…) L’acciaio, in queste condizioni architettoniche, può avere una parte rilevante, sia per il ruolo che gli si può lasciare nel cemento armato, sia per quello che può sostenere come elemento di composizione di macrostrutture sempre più fantasiose e audaci (…); inoltre, pulizia, semplicità e chiarezza si rispecchiamo alla fine nel confronto tra due realizzazioni di un identico tema, l’una in acciaio e l’altra con materiali che diciamo tradizionali e che vanno coperti con parecchie “pelli” prima di aver finito (…) >>.

Bega si interessa anche al problema della prefabbricazione definendola <<una nuova filosofia di progettazione (…) per ottenere realizzazioni valide, funzionali sul piano estetico ed economico>>. Da tutto questo si  evince l’attenzione dell’architetto per i costi di costruzione, senza però penalizzare l’aspetto estetico del manufatto e, dal profondo del suo ricchissimo lato umano, senza dimenticare mai le esigenze sociali, rispondendo alla richiesta di case, università, edifici pubblici con progetti sempre contrassegnati da grande serietà professionale e radicato senso etico.